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I Sound di Adrian Borland. Ovvero: quando il destino è davvero cinico e baro.

date: Apr 12, 2012


 

Poco meno di un anno fa, sulle pagine di un giornale che faccio ormai fatica a nominare per quanto mi hanno umanamente deluso alcune persone lì dentro e amareggiato taluni dei suoi tanto mitizzati lettori, mi veniva concesso di dedicare una paginetta ai Sound e alla tragica parabola del loro leader Adrian Borland. Occasione erano le allora fresche riedizioni dei primi due album della band di London, “Jeopardy” e “From The Lion’s Mouth”. La stessa etichetta ha appena ristampato il terzo, “All Fall Down”. Riascoltandolo, mi sono confermato nell’idea che non valga i predecessori. Tuttavia la distanza mi è parsa decisamente inferiore a quella cristallizzatasi nel ricordo.

All’inizio di questo racconto c’è uno degli album più incredibilmente negletti della storia del rock e dire che, se non altro per meriti storici, negli annali “Calling On Youth” dovrebbe figurare eccome. Laddove tutti ricordano che Spiral Scratch, dei Buzzcoks, fu nel gennaio 1977 il primo EP autoprodotto del punk britannico, mai nessuno che rammenti che quattro mesi dopo il titolo appena menzionato era il primo LP realizzato in tale ambito in totale autonomia dall’industria discografica. E manco a dire che sia caduto nel dimenticatoio per demeriti artistici, siccome non sarà un capolavoro – quello che fu il debutto a 33 giri degli Outsiders del cantante e chitarrista Adrian Borland, del bassista Bob Lawrence e del batterista Adrian Janes – e nondimeno è un’eccellente collezione di assalti Stooges e ballate post-glam. Sicuramente da non ignorare per gli appassionati di quel tipo di suoni e senz’altro da recuperare ora che, per singolare coincidenza, è stata ristampata (come il di due anni successivo “Close Up”) dalla Cherry Red quasi nelle stesse settimane in cui l’americana 1972 (in Italia distribuisce Goodfellas) riportava nei negozi primo e secondo album dei Sound.

E c’è un uomo disperato – per ragioni oggettive: oltre vent’anni sulla scena senza mai essere granché più che un nome di culto; soggettive: da quattordici convive con una grave depressione, tendenze schizoidi e problemi di alcolismo – alla fine di questo racconto. Un uomo che si butta sotto un treno di passaggio nella stazione della sua Wimbledon. Adrian Borland moriva così, quarantunenne, nelle prime ore della mattina del 26 aprile 1999, e mai potrà essergli restituito ciò che gli truffò un destino davvero cinico, sul serio baro. Però almeno sottrarne il nome all’oblìo, ricordandolo per il grande artista che fu, propagandandone l’opera presso le giovani generazioni, potrebbe essere qualcosa. Un minimo passo avanti verso una giustizia impossibile.

E al centro di questo racconto c’è “Jeopardy”: di tutti i fallimenti del nostro eroe il più glorioso, anche più di “Calling On Youth”. Perché le canzoni – undici: una più memorabile dell’altra – sono superiori e il suono, pur con tanti punti di contatto con gruppi coevi dei Sound (in quest’occasione, con Borland, la tastierista Bi Marshall, il bassista Graham Bailey e il batterista Michael Dudley) ha una sua peculiarità. Heartland potrebbe arrivarci dai primi U2 oppure dai primi Echo & The Bunnymen, vero, ma allora perché non seppe regalare ai propri artefici lo stardom? Perché Resistance, dopo non essersi ritrovata nelle classifiche, non sta nella memoria collettiva come uno qualunque dei brani di “Boy”? Perché nemmeno la new wave della new wave ha recuperato la favolosa collisione fra Roxy Music, punk e Gang Of Four di Words Fail Me? E quasi viene da riflettere che, se soltanto Borland avesse anticipato il suo gesto insano fino a precedere quello dell’affine anima in pena Ian Curtis, almeno si sarebbe fatto icona, almeno avrebbe avuto un film alla memoria. Pensiero tremendo quanto legittimo dinnanzi alla bellezza in retrospettiva insostenibile di una I Can’t Escape Myself (titolo tristemente profetico) o di una Night Versus Day entrambe più Joy Division dei Joy Division.

È fresco di riedizione (nel suo caso con una preziosa bonus non segnalata in scaletta: l’invano scintillante singolo Hothouse) pure il seguente di un anno “From The Lions Mouth”. Certi cultori del gruppo gli rimproverano, con severità invero eccessiva, nerbo minore e qualche eccesso di tastiere. Io trasecolo riascoltando Sense Of Purpose e di nuovo chiedendomi perché gli U2 sì e i Sound no. Cosa avevano i New Order che non fosse contenuto in Contact The Fact, cosa di meglio rispetto a Skeletons i Simple Minds già stelle ma non ancora sputtanati. Sì, “From The Lions Mouth” è inferiore a “Jeopardy”, ma giusto di uno zero virgola qualcosa. Tant’è che fino all’ultimo sono rimasto incerto su quale fra i due eleggere a pietra miliare.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.693, aprile 2012.



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