Articles / Reviews

The Sound - An Ideal For Living (CULTO Ritual 11-01-2004)

date: Jan 11, 2004

‘Non so se i Sound diventeranno veramente famosi. Non me ne importa nulla. So solo che abbiamo cambiato le vite di alcune persone. La musica ê una forma d’arte che ti colpisce con forza, e ti arriva fino all’anima. Me ne vado in giro con tutte le nostre canzoni che mi girano per la testa, e la mia testa esplode se non le ricordo tutte’. (Adrian Borland)

I Sound sono stati una delle pia¹ grandi band new wave di sempre, ed il fatto che il loro leader, Adrian Borland, abbia deciso di farla finita con questo mondo in un livido luneda¬ mattina di quattro anni fa, ha contribuito a consegnare la band alla leggenda. Ironia amarissima di una storia sempre uguale, deja va¹ ossessivo e sinistro che non vorremmo mai provare, matrice comune che consegna gli artisti pia¹ sfortunati alla leggenda e al mito. I Sound sono stati uno dei pia¹ grandi gruppi new wave perché sapevano scrivere grandi canzoni, perché prima di tutto erano amici (si conoscevano fin dalla tenera infanzia) e quindi erano affiatati e parte consapevole di un tutto, e soprattutto perché i sette album che hanno composto tra il 1980 ed il 1987 sono ancora attualissimi: parlano il linguaggio eterno della vita giovanile e degli ideali di ribellione, sfiorano gli spettri della solitudine e dell’angoscia, mostrano le ombre delle frustrazioni dell’uomo moderno, costretto a vivere nelle metropoli alienanti dell’epoca post-industriale. La loro ê un’arte che li accomuna ai pia¹ grandi del passato e anticipa le esperienze di moltissime band che raccoglieranno il loro testimone: in questo senso, rappresentano la testa di ponte tra il rock psichedelico dei Doors, il nichilismo post-moderno dei Velvet Underground e la furia proto-punk degli Stooges (il loro leader Adrian Borland era letteralmente ossessionato dalle figure di Jim Morrison, Lou Reed e Iggy Pop) da una parte, e la new wave romantica dei primi U2, dei Mission di Wayne Hussey, e poi di Chameleons, Comsat Angels, dall’altra. Il destino tragico che ha segnato la storia dei Sound si era gia manifestato a pia¹ riprese, prima con un successo mai arrivato, a dispetto di album stratosferici, e poi con la morte per AIDS di Colvin “Max” Mayers, chitarrista e tastierista del gruppo, avvenuta il giorno di Santo Stefano del 1993. Ma certo non basta la nomea di “band pia¹ sfortunata del pianeta” per liquidare i Sound, perché la loro esperienza sonora, ora resa disponibile a tutti grazie all’ottima opera di recupero dell’indie label londinese Renascent, sta conquistando sempre pia¹ persone, appassionati smaliziati e giovani neofiti che hanno compreso l’enorme statura di questo formidabile quartetto inglese.

“Le definizioni sono irrilevanti perché limitano la musica. Se necessario, la proposta dei Sound pua² essere etichettata come “dance atmosferica”, musica alla Joy Division, oppure rock moderno’ (Geoff Cummant Wood, manager della band, 1980). La storia in realta inizia con gli Outsiders, nel 1976, prima band di Borland, un terzetto completato dal bassista Bob Lawrence e dal batterista Adrian Janes, che pubblica nel 1977 il debutto ‘Calling On Youth’, primo album nella storia del punk ad essere finanziato dal gruppo stesso (grazie agli aiuti del padre di Adrian…). L’anno successivo esce il secondo e ultimo album ‘Close Up’, che rappresenta il capolinea per la band. L’inquieto leader ê sempre pia¹ influenzato da Velvet Underground, Roxy Music, David Bowie e Doors, e le strettoie del punk rock non si addicono pia¹ alla sua musica. Nel 1979 Adrian cambia nome della band, ora pia¹ semplicemente The Sound, e stabilizza la formazione con l’entrata di Graham ‘Green’ Bailey al basso, di Michael Dudley ai tamburi e della affascinante Benita ‘Bi’ Marshall, sangue ispanico nelle vene, alle tastiere e al sassofono. Il 7” Phisycal World ê il preludio al fulminante debutto dell’anno successivo. ‘Jeopardy’ esce nell’estate del 1980 per la Korova, indie label inglese che ha gia nel proprio rooster bands come Echo And The Bunnymen e Teardrop Esplodes, e che fa di tutto per spacciarli come appartenenti alla scena neo-psichedelica di Liverpool, quando invece Borland ha le proprie radici ben piantate a Londra, in quel quartiere middle-class solo apparentemente felice che ê Wimbledon. ‘Jeopardy’ ê uno dei massimi dischi della new wave, un’opera conchiusa e completa che trasuda ispirazione, angoscia, visionarieta in ogni suo anfratto, mostrando lampi di classe fuori dal comune. Se l’iniziale ‘I Can’t Escape Myself’, col suo rabbioso incedere garage, rappresenta da un lato il manifesto del gruppo e dall’altro il cordone ombelicale con l’esperienza degli Outsiders, ‘Heartland’ e ‘Resistance’ premono ancora di pia¹ sull’acceleratore, tra punk suonato a rotta di collo e hard rock screziato di liquidi tastierismi wave. L’antimilitarista e commovente ‘Missiles’ (“perché fanno missili, se sanno a cosa servono?”), un severo monito alle due superpotenze di allora, ê un altro vertice del disco, che forse trova in ‘Unwritten Law’ il pezzo pia¹ significativo, un brano atmosferico squisitamente dark-ambient, propulso dai suggestivi synth della Marshall e dall’incedere ipnotico del basso di Bailey.

“All’epoca usavo i guanti perché suonavo talmente veloce che a volte mi sanguinavano le dita. Certo, non adoperavo lo strumento nella maniera tradizionale, ma credo che il mio stile fosse quasi unico” (Graham ‘Green’ Bailey, 1980). In effetti ê difficile dire chi fosse il fulcro della musica dei Sound. Certo, Graham Bailey ha rappresentato il motore perpetuo, usando il quattro corde come una chitarra, allo stesso modo in cui Peter Hook tracciava le linee spasmodiche del ritmo dei Joy Division. Come in tutte le migliori band dark-wave, anche nei Sound la sezione ritmica aveva un ruolo centrale e non certo marginale, ed il battito del percussionista Michael Dudley era perfettamente coeso con quello dei compagni. Alla fine, grazie a quell’alchimia altrimenti indefinibile, tutto ruotava attorno al genio di Adrian Borland, e dico genio perché nella sua poliedrica personalita rientravano il talento del poeta, la verve del grande chitarrista, la stoffa del grande cantante. Come non rimanere affascinati dalla sua magnetica voce? Stiamo parlando di un personaggio che non aveva nulla da invidiare a Ian Curtis, Peter Murphy, Andrew Eltrich, Ian McCulloch, Bono Vox… Gia , Bono Vox, gli U2, la fama… nel 1981 esce, sempre per la Korova, il secondo album, che alcuni critici paragonano addirittura ai sentieri percorsi contemporaneamente dalla gia celebre band irlandese. In realta , ‘From The Lion’s Mouth’, che coincide con la fuoriscita di Bi Marshall e l’arruolamento di Colvin “Max” Mayers, ê il secondo capolavoro in due anni di esistenza, e ben pochi sono gli elementi in comune con i primi U2. Mayers, che si divide tra le tastiere e le chitarre, da un ulteriore valore aggiunto alla cifra del gruppo, che cresce esponenzialmente differenziandosi dal debutto. ‘Winning’ ê un incipit epico, con synth avvolgenti e circolari, e ‘Contact The Fact’ mostra la vena funkeggiante e siderea gia maneggiata dai Simple Minds di ‘Empires And Dances’. I punti pia¹ alti del disco arrivano con ‘Skeletons’, uno dei massimi cavalli di battaglia sul palco, e con brani darkeggianti come ‘Possession’ e ‘Fatal Flaw’, situati all’incrocio tra Joy Division e Cure, che giocano pericolosamente con gli spettri e i fantasmi della fantasia, salvo poi scoprire che questi esistono solo nella propria mente (sull’affermazione del gruppo, che afferma di aver registrato il disco in una casa stregata del sud del Galles, avrei qualche dubbio…). Alla memoria di Ian Curtis, suicidatosi l’anno prima, i Sound dedicano la stupenda ballata ‘Silent Air’, commovente fino allo svenimento emotivo, raggiungendo l’ennesimo climax della loro arte espressionista. Le sonorita del gruppo adesso appoggiano di pia¹ sulle tastiere, rappresentando un modello esemplare per tutti i Sad Lovers And Giants e Mission di la da venire.

“Adrian e Max mi mancano moltissimo, e penso spesso a loro. Mi risulta molto difficile ascoltare i nostri dischi senza provare una profonda tristezza dentro di me. Adrian ed io siamo stati amici fin da bambini” (Graham ‘Green’ Bailey, luglio 2000). Il “difficile” terzo album, ‘All Fall Down’, vede il gruppo cambiare etichetta. Si fa avanti la WEA, convinta di poter avere un ritorno commerciale dal gruppo, e di farne delle star. Ben presto le sessioni di registrazione si tramutano in un incubo, come ebbe modo di ricordare Michael Dudley a pia¹ riprese. La potente label vuole imporre al gruppo una svolta decisa verso un rock da classifica, ma purtroppo per i nostri le cose non andarano affatto per il verso giusto. ‘All Fall Down’ esce allora nel 1982, e vede la band presa tra due fuochi. Borland e soci danno comunque alle stampe un disco sofferto, di difficile collocazione, indeciso se abbandonarsi al techno pop elettronico o al dark wave atmosferico gia frequentato in precedenza. Non ê tutto oro cia² che luccica in ‘All Fall Down’, ma certo il rock’n’roll sguaiato e visionario di ‘Party Of The Mind’ (“I invite you/to the party of my mind…/stay till the end”), il synth pop lunare e alieno di ‘Calling The New Tune’, il rock anfitrionico e angoscioso di ‘Red Paint’, le sperimentazioni elettroniche di ‘Glass And Smoke’ valgono da sole il prezzo del disco. Il brano migliore i Sound lo riservano per la fine, ed ê l’ennesima dimostrazione di classe, una suite psichedelica e suggestiva chiamata ‘We Could Go Far’, con cassa in quattro quarti, basso catatonico e la voce di Borland che ritorna ai fasti di ‘From The Lion’s Mouth’. In altre parole, una poesia situata all’incrocio tra Visage, Kraftwerk e Bunnymen che suggella in qualche modo la fine della prima fase della sfortunata carriera dei Sound.

“La casa discografica voleva farci diventare i nuovi Genesis, e sentivamo di avere troppe pressioni attorno. Diventare un gruppo commerciale? Mai!” (Michael Dudley). Liquidati senza troppi complimenti dalla WEA, il gruppo viene soccorso dalla Statik, che permette ai quattro di pubblicare tre album. ‘Shock Of Daylight’ ê in realta un’E.P. di sei canzoni che esce nel 1984, una lucida testimonianza del difficile periodo della band. Si passa dall’incerto incedere rockeggiante (memore del passato garage-punk) di ‘Golden Soldiers’ alle luccicanti intuizioni new romantic di ‘Longest Days’ e ‘Dreams Then Plans’, ad un pezzo di pura cristalleria pop come ‘Counting The Days’. ‘Heads And Hearts’ esce l’anno successivo, e vede la band cercare di passare dall’alienazione e dall’angoscia dei primi tre album, ad una maggiore ricerca di atmosfere rarefatte, seppur sempre segnate dalla malinconia di fondo della poetica di Borland. Una canzone d’amore come ‘Total Recall’ ancora oggi grida vendetta, e ti pone l’interrogativo sul perché i Sound non scalarono mai le classifiche, forse troppo influenzate, all’epoca, da chincaglieria di bassa lega. ‘Under You’ sprofonda ancora nella paranoia pura di Borland, che cerca di indagare i rapporti sempre pia¹ torbidi tra gli esseri umani senza trovare una reale via d’uscita. Il disco poi si dilegua tra il sax di ‘Love Is A Not Ghost’ e la sensualita di ‘Wildest Dreams’ scivolando via senza convincere troppo. Eccezionale e assolutamente incredibile risulta invece il doppio live ‘In The Hothouse’, registrato in due torride serate di fine agosto del 1985 al Marquee di Londra. La testimonianza definitiva, finale e incontrovertibile di cosa siano stati i Sound, la loro musica, la loro energia, il loro poeta Adrian Borland, le loro tastiere: e questo sia rispetto alla New Wave che alla Storia del Rock. Si parte con un quartetto assolutamente micidiale come ‘Winning’, ‘Under You’, ‘Total Recall’ e ‘Skeletons’, che ti lascia senza fiato. Poi ci sono ‘Heartland’, ‘Hothouse’, ‘Counting The Days’, ‘Silent Air’ e ‘Missiles’, e le grida del pubblico ti comunicano alla perfezione l’atmosfera caldissima e claustrofobica del club londinese.

“Se di notte senti la mancanza di vecchi amici, allora vuol dire che non sei solo” (Adrian Borland). L’epitaffio finale arriva nel 1987, per l’etichetta belga Play It Again Sam, ed ê un disco bellissimo, ancora diverso dai precedenti (ma quando hanno fatto un disco uguale al precedente, i Sound?), maggiormente rock, pia¹ tirato, pia¹ veloce, sempre marchiato a fuoco dall’unione inscindibile della magica voce di Borland con le tastiere di Mayers, con il basso pulsante di Bailey, con la batteria metronomica di Dudley. ‘Acceleration Group’ e ‘Kinetic’ premono veloce sull’onda del rock duro, mentre la sublime ‘Hand Of Love’, la commovente ‘Iron Years’, la sempreverde ‘Prove Me Wrong’ segnano il canto del cigno per la band inglese. L’ultimo concerto viene tenuto in un club spagnolo chiamato The End. Adrian Borland tenta senza successo l’avventura solista, producendo poi di volta in volta bands come Felt, Dole, Cassel Webb, Prudes, Into Paradise. Tra il 1992 ed il 1993 la band si riunisce per alcuni concerti londinesi tenuti assieme anche agli amici Sad Lovers And Giants (di recente il cantante Garce, dopo la data mestrina dell’ultimo tour italiano, mi ha confermato come per loro i Sound siano stati una grandissima fonte d’ispirazione), ma, come ricordato in apertura, il 26 dicembre del 1993 Colvin “Max” Mayers muore rapito dall’AIDS. Adrian Borland decide di lasciare questa terra il luneda¬ mattina del 26 aprile 1999, gettandosi sotto un piccolo treno nei pressi di Wimbledon. Soffriva da anni di una profonda depressione, e, come ricorda la madre, era affetto da un forte disturbo schizofrenico.
Adesso i Sound vivranno per sempre nei nostri cuori.

Parole di Emanuele Salvini

DISCOGRAFIA
‘Jeopardy’ (1980, Korova)
‘From The Lion’s Mouth’ (1981, Korova)
‘All Fall Down’ (1982, WEA)
‘Shock Of Daylight’ (1984, Statik)
‘Heads And Hearts’ (1985, Statik)
‘In The Hothouse’ – Live (1985, Statik)
‘Thunder Up’ (1987, Play It Again Sam)
‘Propaganda’ (2001, incisioni risalenti al 1979)



<< previous page