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The Sound - From The Lions Mouth review (UnMute.Net 2004)

date: Oct 5, 2004


 

THE SOUND - FROM THE LIONS MOUTH 
(Renascent)
 

1981... La morte di Ian Curtis dei Joy Division sta mietendo diverse vittime tra quei gruppi che pur non abbracciando la filosofia musicale dei “cantori della morte” comunque aveva ed ha con questi una certa attitudine a proporre liriche che comunque non si addicono certo ad un festino o ad un pogo scatenato, sempre che il nuovo movimento musicale denominato dark riesca a diventare un fenomeno di massa talmente diffuso da aspettarci pia¹ che feste dei funerali itineranti (n.d.a.). 

Neanche i Sound di Liverpool si sottraggono a quanto detto sopra e dopo averci regalato un gioiellino di pura new wave venato di gustose fragranze psichedeliche, senza mettere da parte del tutto alcune cupe atmosfere, spostano completamente il baricentro delle loro composizioni ed in questo From The Lions Mouth abbracciano in maniera pia¹ convinta e decisa quelle cupe atmosfere che come detto venivano appena accennate nel precedente, pur non disdegnando alcune soluzioni soprattutto chitarristiche che fa apparire il lavoro come se prodotto da Steve Lillywhite, senza pera² cadere nell’errore di suonare pezzi che in un certo senso possano produrre malinconie a buon mercato cosa che ultimante questi nuovi gruppi (con distinguo) fanno andando a giocare con i sentimenti della gente. 

Anche in questo album il trascinatore del gruppo rimane il vocalist Adrian Borland che con questo album valido e caldamente consigliato seppur diverso dal primo lavoro Jeopardy, continua a tessere le sue trame chitarristiche avvolgendo l’ascoltatore in continuo di emozioni e di sussulti che se non fosse per alcuni episodi che lasciando un tantino spiazzati (seppur validi come Winning e Contact The Fact) per l’uso del synth che potrebbe ai pia¹ smaliziati far muovere i fianchi, comunque da il meglio di sé in brani come Skeletons dove una chitarra epica cavalca al meglio la cosiddetta nuova onda regalandoci scosse di pura adrenalina mentre di converso la sezione ritmica marcia spedita come un treno prendendo a spunto il verbo lanciato da Peter Hook dei Joy Division ( a proposito chissa cosa faranno i reduci orfani di Ian Curtis). 

Ed infatti quasi a voler sorreggere quello che stiamo scrivendo il gruppo da il meglio di se proprio nei passaggi dove il fantasma di Curtis aleggia finalmente libero dalle sue paure e dai suoi malanni quasi a voler esso diventare musa ispiratrice dei nostri che, idealmente sotto la sua guida, confezionano due gemme preziose Possession e Fatal Flaw cosa belle nella loro decadenza da poter essere prese a termine di prosecuzione di un discorso intererotto il 18/5/1980 da Ian Curtis quest’ultimo, forse, lo sentiremmo suonare cosa con i suoi Joy Division cosa come oggi suonano i Sound; lo stesso Robert Smith avrebbe fatto carte false per inserirle nell’ultimo lavoro dei Cure. 

Cosa, quasi a volerlo ringraziare dell’aiuto e delle illuminazioni avute Borland e compagni omaggiano la loro musa ispiratrice con Silent Air che nei suoi quattro minuti abbondanti si pone a traino di quella che deve essere considerata, insieme al punk, la scena musicale pia¹ innovativa di questi ultimi anni rendendo l’album, pur diverso nell’atmosfere create, logica conseguenza del discorso iniziato l’anno scorso e ponendosi all’attenzione della scena ed alla critica musicale che speriamo stavolta pensi pia¹ al discorso squisitamente artistico che a quelle delle pose che i nostri fortunatamente evitano per non essere massacrati, per esempio, come i Bauhaus. 

2004 - Gianluca D' Amato - www.unmute.net

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